Perché il consulente ecclesiastico? Ruolo e funzioni*

di Francesco Occhetta S.I.

Quando, nel gennaio 2010, sono stato nominato Consulente nazionale, questa è la prima domanda che mi sono posto. Poi, piano piano ho capito che la risposta è inscritta nel nostro passato e nel nostro presente e, se vogliamo, anche nel nostro futuro. A regolare il ruolo del Consulente ecclesiastico è l’art. 7 dello statuto nazionale: “L’Unione è riconosciuta dalla Conferenza Episcopale Italiana […]. La Giunta esecutiva nazionale è integrata dal Consulente ecclesiastico nazionale, nominato dalla Conferenza Episcopale Italiana. I Consulenti ecclesiastici regionali sono nominati dalla Conferenza Episcopale Italiana. I Consulenti ecclesiastici partecipano con pieno diritto di parola a tutte le riunioni e le attività sociali dei rispettivi ambiti nazionali o regionali e vengono invitati a esprimere opinioni sugli aspetti dottrinali, morali e spirituali dei temi trattati”.

L’ultima parte ci permette di riflettere sul ruolo del Consulente nei nostri gruppi per riportare al centro della nostra attenzione, alla vigilia del Congresso, le sue funzioni, oggi troppo spesso ignorate da molte Regioni.

Il “consulente ecclesiastico”, che non è un “assistente”, è dunque un sacerdote che accompagna ed è accompagnato per aiutare e illuminare la vita dei nostri gruppi degli “aspetti dottrinali, morali e spirituali dei temi trattati”. Né di più né di meno. In altre parole dovrebbe far fiorire maieuticamente la vita laicale dell’Ucsi. Infatti la vocazione del laico nella Chiesa, non è una vocazione particolare, ricavata quasi per sottrazione rispetto “all’ordine sacerdotale”, ma è la vocazione di ciascun cristiano che si trova a vivere la sua vocazione battesimale nelle forme ordinarie e comuni del vivere. E’ su questo fondamento comune che ogni Consulente fonda la sua vocazione, sul servizio specifico che è chiamato a dare all’interno di un gruppo di laici.

Di conseguenza poiché “è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio” (Lumen gentium, n. 31), tocca soprattutto a essi instaurare il dialogo sui grandi problemi del tempo, illuminarli con la luce che viene dal Vangelo, rinnovare la società, della quale la Chiesa condivide la storia, le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce (cfr Gaudium et spes, nn. 1,3).

Questa dimensione deve essere per noi la condizione di partenza. Il Consulente dunque, ha il compito di fornire spunti spirituali per pregare, che dovrebbero aprire e chiudere le nostre riunioni e dare chiavi di lettura per inquadrare le questioni teologiche di fondo. Per questa ragione abbiamo aperto nel sito dell’Ucsi una sezione spiritualità in cui abbiamo commentato le regole di discernimento scritte da Ignazio di Loyola e che possono essere utili alla professione.

Ma non possiamo nasconderci dietro un dito. Il Consulente, che ancora oggi molte Regioni non hanno, deve avere un profilo specifico e non può essere calato dall’alto (da Roma!). Per rinnovarlo è sufficiente presentare una terna di nomi alla propria Conferenza episcopale regionale. Invece per poter individuare la figura del consulente è necessario anzitutto che lo si scelga tra sacerdoti che si occupano di giornalismo, siano credibili professionalmente, aperti alle nuove forme di giornalismo, disposti a vivere con spirito di generosità e di servizio l’impegno che assumono, capaci di crescere giovani giornalisti.

queste sono le ragioni del perché ha un senso mantenere la figura del Consulente. Il primo passo da fare insieme è rimotivare quelli che ci sono e rinnovare quelli che mancano. Ma per farlo dobbiamo crederci tutti.

Francesco Occhetta
@fraoc70

*da Desk, anno XVIII, n. 3-4/2011, pagg. 60-61

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