L’ultimo Cammino?

di Francesco Saponara

Francesco Saponara

A volte ritornano. E quando lo fanno non è un bel segno. I vecchi direttori, forse, è meglio lasciarli da parte. Lasciarli al passato. Alle storie che hanno scritto e a ciò che hanno rappresentato. Ma il Presente ha voluto che rimettessi piede qui. A traghettare questa barca. In Cammino. Non per voler mio e neanche in maniera definitiva. Solo qualche mese per vedere, capire e soprattutto sperare che ci siano altre persone che questo mensile lo prendano a cuore. Lo continuino a crescere perché altri non ci sono riusciti o perché non l’hanno voluto più fare. E vorrei sperare che entro Natale. e sarebbe il più bel regalo, qualcuno uscisse da sotto l’albero. Si mettesse al lavoro per costruire una redazione, per allevare penne e forse quei talenti evangelici che troppe volte seppelliamo nel campo dei “30 denari”. Personalmente qualche anno fa scelsi di non scrivere più su queste pagine. Scelta discutibile, ma personale. Ma le scelte, per il bene di qualcosa o di qualcuno, a volte è bene rivederle. In gioco c’è il nostro essere cristiani, il nostro essere chiesa. Le nostre storie. In tanti sono passati da queste pagine, in tanti, spero, ci passeranno. Io ci sono ricapitato perché le “direttori” hanno voluto mollare gli ormeggi. Non sto a giudicare scelte di altri, però è amaro constatare che questo giornale nato ormai nel lontano ’97 potrebbe ora chiudere. Succede spesso in Italia, con i quotidiani, perché non siamo abituati a leggere, ma soprattutto a pensare. Questi fogli erano nati proprio con l’idea di essere un tavolo di dibattito, un momento di crescita, uno spazio per i bambini, gli adulti, i comunisti e i fan dei Ricchi e Poveri. Nessuno escluso. Ma così non è stato. Succede spesso che con il tempo le speranze e le belle parole si perdano. Anche nella Bibbia, quando il popolo d’Israele più volte non ebbe fiducia nelle promesse di Mosè. Oggi tutti, però, dovremmo riconoscerci in quel popolo che è costruito idoli, che non ha creduto alla parola di Dio. E ripensare, invece, che il nostro Cammino deve continuare a guardare là dove ci ha detto Cristo, perché “ci sarà una ricompensa…”: stare con lui. Non per tutti, ovvio, anche se qualcuno lo crede… Se perdiamo di vista l’obiettivo, vuol dire che la nostra fede non è salda, forse, non è vera. Nonostante gli impegni, più gravosi di In Cammino, ho voluto nuovamente accettare questa sfida, sicuro che ne varrà la pena. Proprio perché l’Obiettivo è sempre bene rispolverarlo per non perderlo mai di vista. Infine un appello. Diverso da quello che feci a gennaio del 2002. Allora In Cammino proclamò la sua chiusura. Solo una provocazione. Oggi potrebbe diventare una realtà. Gli esami universitari e poi il lavoro mi hanno insegnato che lo studio non è tutto nella vita. Gli eccessi vanno combattuti e i 110 e lode allontanati. C’è bisogno, invece, di gente che si metta in gioco, che accetti la sfida, che costruisca. E lo faccia seriamente. Solo così una comunità può crescere nella Fede. Tante volte ho cercato di farlo io perquesto giornale e non me ne sono mai pentito. Anzi, ho sempre pensato che quello che sono, giornalista o “giullare dell’informazione” lo debbo a Lui, oltre che ai miei genitori. Ma da soli non si costruisce niente.

(da “In Cammino”, anno VIII, numero 74, settembre 2004)

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