Siamo tutti precari

Basta con le collaborazioni e i lavori precari per i giovani. Le parole che il vescovo Enrico Solmi ha usato nella lettera pastorale mi hanno fatto riflettere. Pur essendo d’accordo, in linea di principio, con don Enrico mi chiedo: ma la nostra vita non è già di per sé precaria? I credenti sanno che in qualche modo la vita per loro è già scritta, i non credenti sanno che esiste il fato, il destino. E allora perché stupirci più di tanto se il lavoro è precario, se gli affetti sono precari. Woody Allen nel suo ultimo film batte molto sul “nulla è per sempre” ma “basta che funzioni” (Whatever works). E allora perché non possono andare bene i contratti di collaborazione? Mentre nei primi tempi con un contratto di quel tipo (cococo o cocopro) era come se una persona non esistesse (niente prestiti, niente mutui, niente tante cose) ora la situazione sta (in parte) cambiando.  Dov’è l’errore? Come spesso capita in Italia, quelle tipologie contrattuali sono state introdotte (do you remember Marco Biagi?) per cercare di abbattere la piaga del lavoro nero. Per venire incontro alle esigenze di quelle imprese e di quei lavoratori che volevano qualcosa di flessibile senza essere costretti ad aprire la partita iva. Invece cosa è successo? Quei contratti sono stati utilizzati al posto dei tempi indeterminati. E i precari non sono soltanto i giovani che arrivano per la prima volta nel mondo del lavoro. No, precari si è anche a 30-40-50 anni. Ben ha fatto quindi il vescovo a sottolineare questo problema ma bisogna che ognuno di noi faccia la sua parte. Perché è una questione che riguarda tutti. Anche chi ha la fortuna di avere ancora (per quanto?) un contratto a tempo indeterminato.

Matteo Billi