Qualche passo indietro di troppo

A scanso di equivoci qui parliamo di passi indietro da fare per sbagli commessi (e il primo lo faccio io) e passi indietro nel senso di peggioramenti di situazioni in essere. Partiamo da me. Ieri ho dimenticato che nella vita bisogna saper accettare compromessi. Sono (generalmente) un impulsivo e un testardo. Mi sono fatto un’idea (che confermo) su un determinato fatto sportivo a cui ho assistito e sono andato avanti per la mia strada senza curarmi degli altri. Oggi (in parte giustamente, in parte un po’ meno) me lo hanno fatto notare. E ci ho riflettutto di più. Rimango convinto di quanto scritto (cfr. Informazione di Parma del 7 dicembre 2009, pagina 17) ma forse avrei dovuto pensare che in fondo siamo a Parma (e non a Trento) e questa mattina chi ha assistito alla partita avrebbe voluto leggere qualcosa di diverso. Partiamo da qui. Un compromesso poteva essere quello di riportare i fatti e di lasciare al lettore la possibilità di commentarli da sé? Forse. Qualche settimana fa infatti mi è capitato (insieme a un collega) di partecipare a un incontro con un gruppo di giovani di una trentina d’anni. Per alcuni di loro è fondamentale che nel pezzo ci sia (anche) l’opinione del giornalista che scrive l’articolo. Ammetto che quanto mi hanno insegnato è l’esatto contrario (Ranieri Orlandi, docet) e che la penso allo stesso modo dei miei insegnanti. Ieri ho “trasgredito” a questa regola. Però rimango convinto che un commento alla vicenda ci volesse. E pazienza se ho urtato la suscettibilità di qualcuno. Passiamo al secondo tipo di “passo indietro”, quello che ha offerto il fine settimana. L’argomento è sempre lo stesso: lo sport in generale e il calcio in particolare. Sabato sera si sono giocate Ascoli-Reggina e Juventus-Inter, ieri abbiamo assistito agli insulti tra Panucci e Preziosi al termine di Genoa-Parma e al derby di Roma sospeso per il lancio di bombe carta. Ma si è giocata anche una partita tra “pulcini” sospesa perché i genitori si sono azzuffati tra loro. Un esempio veramente edificante. Non c’è che dire. Il problema in quest’ultimo caso come negli altri è  il solito: far finta di nulla. Pillon, allenatore dell’Ascoli, che ha detto ai propri giocatori di far segnare gli avversari per riparare a una mancanza di fair play è stato irriso da più parti (compreso il suo presidente). Il New York Times invece lo elogia (meno male!). Tutti si aspettavano che il campo della Roma fosse squalificato invece il giudice sportivo ha comminato ai giallorossi soltanto una multa.  E la rissa tra giocatori bianconeri e nerazzurri? Ci fermiamo qui perché all’inizio di ogni campionato si sentono tanti proclami ma poi, come sempre, non si fa nulla di concreto. Non so se la tessera del tifoso possa essere la panacea di tutti i mali. Di certo era (è) un tentativo da fare. Peccato che anche in questo caso ci siano interessi più forti del comune star bene che ne rimandano l’applicazione. Lo dico con amarezza ma i problemi in questi casi (come in tanti altri) l’hanno soltanto quanti pensano di poter fare qualcosa. Quanti si affannano a cercare una soluzione. Quanti impiegano buona parte del loro tempo per parlare con i capi ultrà, con i giocatori, con gli arbitri, con gli allenatori, con i dirigenti. Perché affannarsi tanto? Non sarebbe molto più semplice lasciare le cose così come sono? Non ci sarebbe bisogno né di compromessi né di passi indietro. Basterebbe andare avanti senza fermarsi e senza mai voltarsi indietro.

Matteo Billi