Unioni civili sì ma la famiglia è un’altra cosa

L’agenda politica dei primi giorni dell’anno nuovo riporta l’attenzione (anche) sulle unioni civili e sulla legge antiomofobia. In questa sede lascio stare la proposta di Ivan Scalfarotto, deputato del Pd, e mi concentro sulle unioni civili perché nei giorni scorsi sono arrivate nuove prese di posizioni chiare in ambito cattolico.

Famiglia Cristiana sul numero 3/14 a pagina 3 pubblica un editoriale che in parte ho ripreso nel titolo di questo post (“Rispetto per tutti ma la famiglia è un’altra cosa“) e che riporto in parte qui di seguito (i grassetti sono presenti nel testo originale):

Ci pare che, ormai, i tempi siano maturi per un’assunzione di responsabilità del Parlamento. È tempo di fornire regole e protezione alle persone che convivono, spesso da lungo tempo, talora come genitori di bambini e bambine, a protezione di una di quelle “formazioni sociali”, la convivenza non fondata sul matrimonio, che la Costituzione riconosce (art. 2), come decisive per la libertà e la dignità delle persone. Ma proprio il riferimento costituzionale evidenza, da subito, la distinzione che riteniamo irrinunciabile, tra la condizione delle unioni civili e la “famiglia” («società naturale fondata sul matrimonio», art. 29).

E ancora:

Resta aperta, ovviamente, la condizione delle unioni tra persone dello stesso sesso. Anche in questo caso occorre domandarci come tenere insieme i diritti delle singole persone con l’identità della famiglia. Dal punto di vista giuridico non ci sono dubbi: la stessa Corte costituzionale, in una sentenza del 2010, ha ribadito che, se è urgente dare regole alle unioni di fatto, anche tra persone dello stesso sesso, è comunque indiscutibile che la famiglia, nel dettato costituzionale, è qualificata in modo irrinunciabile dalla differenza sessuale, dal legame coniugale tra uomo e donna, fondato sul matrimonio.

Avvenire sul numero di domenica 19 gennaio, pagina 2, pubblica la risposta del direttore Marco Tarquinio a una lettera di Stefano Lepri, vicepresidente Pd al Senato (“Famiglie e unioni: solidali, ma mai complici di confusioni“). Il direttore del quotidiano della Cei scrive (i grassetti sono miei):

Quanto alle convivenze stabili tra persone omosessuali e ai diritti che sul piano civile riguardano le persone in esse coinvolte, se nonostante altre e fortissime urgenze si decidesse di metter mano alla materia, credo che bisognerebbe smetterla di inseguire modelli di altri Paesi. (…) per arrivare, direttamente o con almeno un passaggio intermedio, al cosiddetto «matrimonio gay», che include sempre un pur umanamente inconcepibile “diritto ai figli”. Un diritto che, invece, non c’è mai e per nessuno, non per un padre e una madre che un figlio lo possono mettere al mondo, non per due persone dello stesso sesso che questo non possono farlo. Non c’è un “diritto ai figli” perché – grazie a Dio, a una consapevolezza diffusa (anche se da tanti tacitata) e a una civiltà giuridica faticosamente conquistata – i bambini non possono essere in alcun modo ridotti a oggetti di un diritto altrui.

Matteo Billi