Giornalismo, Roidi, Columba e quelle regole da restituire alla professione

Sabato 17 agosto, il Corriere della Sera ha pubblicato a pagina 27 una lettera aperta di Vittorio Roidi, intitolata “Quelle regole da restituire alla professione dei giornalisti”. Roidi, dopo importanti impegni professionali sia nella radio sia nella carta stampata, ha ricoperto ruoli di vertice nella Federazione della stampa e nell’Ordine nazionale dei giornalisti. Adesso insegna etica del giornalismo. Qualche giorno dopo, il 20 agosto, a seguito di quella missiva è intervenuto sull’argomento anche Guido Columba, presidente dell’Unione nazionale cronisti italiani. Di seguito riporto entrambi gli interventi.

Caro direttore,
del giornalismo nessuno si interessa. In questa fase della vita del Paese così tesa al risanamento sia economico sia politico, l’informazione non sembra un problema. Come se andasse per il verso giusto. Povero Guido Gonella! Quaranta anni fa si batteva per far approvare legge che attraverso l’istituzione del’Ordine, prometteva agli italiani giornalisti professionali obbligati alla ricerca della verità. Invece, dappertutto compaiono pseudo professionisti, impreparati e per di più faziosi, impegnati a sostenere la tesi di un partito più che a cercare notizie vere, o almeno verificate. Ci sarà qualcuno disposto a una riflessione. Magari in un Parlamento pieno di giovani baldanzosi? Professionisti? Ma quali? I canali televisivi li invitano a dibattere ed eccoli seduti tranquillamente sulle poltrone dedicate alla maggioranza o all’opposizione. La maggior parte di coloro che vanno all’esame di Stato non ha una preparazione decente. Il praticantato tradizionale non esiste più. La Federazione della stampa e gli Ordini regionali pensano che chi “lavora” deve ottenere la qualifica professionale. Così mandano tutti a fare l’esame e chiuderebbero volentieri le poche scuole esistenti. La deontologia? Tanta, ma  sulla carta. I nuovo consigli di disciplina voluti dalla Ue? Non si vedono. E’ una professione questa? Una democrazia moderna si basa sull’informazione, ma perché chiamare professione un’attività poco più che artigianale? Oppure ristabiliamo le regole. Se al sistema democratico sono utili professionisti veri, chiariamo cosa devono sapere e fare.  Come per un medico o un avvocato. Un giornalista professionista non può essere considerato – come avviene nei contenitori televisivi pomeridiani – alla pari di una starlette e neanche di un famoso accademico. Perché lui deve avere l’obbligo di cercare la verità, deve essere visto dal pubblico come un garante, un notaio. Forse i giornali venderebbero più copie se i lettori avessero la certezza di essere informati da veri professionisti. Non un menestrello che allieta la platea, ma il diplomato di un famoso conservatorio di musica che ha vinto un concorso in una grande orchestra. E non si tiri in ballo la libertà di espressione. Quella è già garantita a tutti: pubblicisti collaboratori, articolisti. Il vento della Rete ha dato a chiunque la possibilità di cinguettare e trasmettere. Ma se la professione ha ragione di esistere deve essere accompagnata da un’etica, da una preparazione, da comportamenti adeguati. Proseguiamo il progetto Gonella. O abbandoniamolo.

Vittorio Roidi docente di Etica e deontologia del giornalismo, Università Sapienza, Roma

 

Il Parlamento non è ancora riuscito a far divenire legge il divieto di commentare ciò che i lettori inviano ai giornali, quindi, alcune considerazioni. Roidi sviluppa questa critica del giornalismo da decenni (“Coltelli di carta” risale al 1992). Spesso ci siamo trovati a polemizzare, perché essendo io rimasto nella cronaca ho potuto anno dopo anno vederne le degenerazioni, ma anche le buone cose che ha continuato e continua ancora oggi a fare. Lui essendo uscito dalla professione attiva ha solo la dimensione del censore che non ricorda più la fatica che gli costava trovare o anche solo verificare una notizia. Detto questo due spunti: il giorno dell’incidente in laguna un giornale nazionale ha titolato a tutta pagina: Onde altre 2 metri nel Canal grande. Quanti lettori hanno capito che non era una vera notizia? Vere onde alte 2 metri spazzerebbero via il ponte di Rialto e tutto quello che c’è attorno.
Da piccolo mi commosse la storia del bambino olandese che passava tutta la notte con il dito infilato in un buco della diga per impedire che crollasse in attesa dei soccorsi. Storia ingenua, ma come tutte le fiabe, con sottofondi importanti: nulla può sostituire l’impegno personale, la collaborazione è indispensabile per fare buone cose. Quanti giornalisti professionisti da decenni fanno esattamente l’opposto?

Guido Columba, presidente Unci

Matteo Billi