Io sto con Fabio Capello (ma vivo in Italia)

Sì, lo so. Qualcuno dei miei aficionados (pochi colleghi e qualche amico) mi farà notare che non posso fare sempre lo stesso titolo. E’ di qualche settimana fa, infatti, un post dedicato a Flavio Briatore con l’io sto con. E’ anche vero che ormai è un must, un po’ come l’I care di don Milani e  di Veltroni o il Yes, we can di JKF e di Obama. Qualcuno da noi sta con il presidente della Repubblica, io sto con Fabio Capello. Anche perché, io c’ero. Lunedì mattina a Coverciano a sentire l’intervento di don Fabio all’auditorium del centro tecnico federale nell’ambito del seminario di aggiornamento per giornalisti sportivi organizzato da Ussi (Unione stampa sportiva italiana) e Figc (Federazione italiana giuoco calcio) dal titolo “Il calcio e chi lo racconta”. Cosa ha detto Capello? La verità. Che in Italia comandano gli ultras. Che le leggi ci sono già e lo Stato dovrebbe solo applicarle. Che le società dipendono troppo dai tifosi. Che una persona deve essere libera di andare a vedere il calcio dove vuole senza subire alcun tipo di restrizione. Che in Italia manca il rispetto verso l’altro. Che non è interessato ad allenare la nazionale italiana di calcio. Scandalo! Ma come si permette hanno pensato e, purtroppo, detto, davanti alle telecamere e per i taccuini dei giornalisti i vertici dello sport nazionale. Non avendo argomenti per ribattere alle parole del tecnico pluriscudettato (con Milan, Roma, Juventus e Real Madrid), Gianni Petrucci (presidente del Coni) ha spiegato che chi va a lavorare all’estero non può permettersi di dare giudizi sul “Paese che ha lasciato temporaneamente”. Questa è nuova. Una volta varcata la frontiera non si può più dire nulla. E pensare che negli ultimi anni abbiamo fatto persino votare gli italiani all’estero! Il problema vero è che chi sta ai vertici dello sport nostrano ha poca dimestichezza con quanto succede nel popolino che alla domenica va in curva allo stadio. Ben ha sintetizzato la questione Marco Ansaldo su La Stampa (edizione cartacea del 27 ottobre, pagina 51): “Sarebbe interessante se tutta questa gente [quelli che hanno criticato Capello, ndr] (…) provasse per una volta nella vita ad andare allo stadio come un cittadino normale, trattato come un potenziale delinquente, (…) e forse capirebbe le parole di Capello e le ragioni per cui c’è sempre meno voglia di andare negli stadi di un Paese in cui è diventato necessario dimostrare di essere una persona perbene anziché aver paura nell’essere un delinquente. Un posto dove bisognerà possedere il certificato di buona condotta, la tessera del tifoso, non sapendo come eliminare altrimenti chi ha un comportamento incivile”. Fa male – ma è un bene che qualcuno lo faccia – sentirsi dire che la distanza tra Inghilterra e Italia è ben più grande del canale della Manica perché manca il rispetto delle persone: “Non accetto il giocatore che tratta male il cameriere – ha spiegato Capello – o quello che arriva in ritardo facendo aspettare 30 persone o chi rispetta me soltanto perché ho il comando e non chi lavora insieme a me”. E ancora: “Mi piace che in Inghileterra ci sia il rispetto dell’autorità rappresentata dal direttore di gara: se la sono presa con Ferguson soltanto perché aveva detto che un arbitro era grasso e non correva mentre da noi vedo chi gli mette le mani addosso”. Sicuramente a molti non sarà andato nemmeno giù che abbia detto di non sentirsi affatto imbarazzato per gli scudetti vinti con i bianconeri di Torino (il primo revocato, il secondo consegnato all’Inter): “Li ho vinti sul campo, le medaglie le conservo ancora e nessuno è venuto a prenderle”. E a proposito di trofei accanto al tavolo da cui Capello ha esposto il suo pensiero c’era la Coppa del Mondo (quella vera!). Prima che don Fabio iniziasse il suo intervento Antonello Valentini, direttore generale della Figc, aveva auspicato che la Coppa finisse – nel caso di una uscita prematura dalla prossima competizione sudafricana dell’Italia di Lippi – a un tecnico italiano. A Capello dunque. Lo stesso Valentini però, con un altro tono di voce, dopo aver sentito il ct dell’Inghileterra “rifiutare” la panchina della nazionale azzurra ha chiosato: “Confermo quanto detto all’inizio ma mi rammaricano le sue parole. In Italia ci sono 57 milioni di potenziali commissari tecnici, lei è l’unico che non vorrebbe esserlo”. O forse ce ne sono già anche troppi.

Matteo Billi