Francesco Canali, un campione un esempio
Lo scrivevo tempo fa e lunedì sera me ne sono reso conto ancora una volta dal vivo. E’ il sorriso che ti frega, quell’essere sempre disponibile, sempre presente ad ogni appuntamento. Mai una volta che dica “oggi sono stanco voglio starmene a casa”. Nemmeno il giorno dopo aver corso la maratona di Venezia. Nemmeno il giorno dopo aver corso la maratona di Venezia avendo incitato per quasi due ore il proprio compagno di gara. Nemmeno quando si ha una malattia che chiamano Sla. Nemmeno quando ci si ammala di Sclerosi laterale amiotrofica pur non avendo mai giocato a calcio.
Francesco Canali, dopo aver corso domenica la Venicemarathon trainato dall’handbike di Alex Zanardi (che negli ultimi metri è sceso dalla sua bici e ha spinto Francesco per fagli attraversare il traguardo per primo), aver realizzato un altro suo sogno (la terza maratona in meno di un anno), dopo tutto questo e molto altro ancora fatto in questi mesi per far conoscere ai più la Sla e gli ammalati di Sla… Francesco lunedì sera era all’auditorium Toscanini a Parma alla festa annuale della Federazione pallacanestro provinciale a ritirare un riconoscimento. Sì perché Francesco ha calcato per 25 anni i parquet da giocatore e poi ha continuato a stare a bordo campo da cronista a raccontare di palla a spicchi e di canestri, di post basso e di difesa 1-3-1.
E ancora una volta Francesco ha dato l’esempio. Lo ha fatto con la sua presenza, lo ha fatto portando il suo sorriso a una platea che gli ha riservato una standing ovation, lo ha fatto raccontando con voce roca (”è colpa della malattia – ha detto – e anche dell’aver incitato per tutta la maratona Alex ad andare più dei 31 km/h che per una carrozzina sono una velocità di tutto rispetto”) la sua esperienza del giorno prima con Zanardi, lo ha fatto rimanendo in sala fino a quando l’ultimo premiato (complimenti anche a te Stefano!) è salito sul palco, lo ha fatto dimostrando a quelli che hanno ricevuto il riconoscimento e poi sono spariti che fare sport è un conto, essere campioni un altro…
Francesco e Alex (Gazzetta di Parma del 13.10.2011)
Francesco presenta la Venicemarathon 1 (SportWeek del 22.10.2011)
Francesco presenta la Venicemarathon 2 (SportWeek del 22.10.2011)
Resecondo Venicemarathon (Gazzetta dello Sport del 24.10.2011)
Francesco lo scriveva (quasi) un anno fa…
“Date a Cesare quel che è di Cesare…”. Le parole del Vangelo di domenica scorsa mi tornano alla mente mentre penso che fra poche ore il Comune di Parma sarà commissariato e che quasi un anno fa un collega e amico caro lo aveva scritto e per questo si era beccato una querela.
A onor del vero il motivo per cui il Comune ducale sta per essere traghettato fino alle elezioni della primavera prossima da un commissario (salvo incredibili sorprese dell’ultima ora) non è lo stesso che aveva ipotizzato Francesco Saponara ma l’articolo uscito sull’Informazione di Parma del 28 novembre 2010 (leggi) aveva basi solide. Tanto che l’unica contestazione da parte del sindaco fu nella parola “commissariamento” usata nel titolo e non in quanto riportato nel pezzo.
Ricordo bene il giorno in cui Francesco scrisse l’articolo e la scelta del titolo che sembrò a tutti quelli che erano in redazione la più ovvia, senza nessuna malizia. Come del resto è vivo il ricordo di quando seppe di essere stato querelato per il titolo “Comune a rischio commissariamento”. Nessuno di noi aveva mai sentito di un collega querelato per un titolo, men che meno per una frase ipotetica.
Ma ciò che dava fastidio a Francesco era (anche) altro: l’uso di strumenti come la querela per mettere a tacere un giornalista. Un politico, un amministratore pubblico, deve rispondere con i fatti alle accuse che gli vengono rivolte, non minacciare e operare querele a destra e a manca quando si sente punto nel vivo. Così la pensava Francesco, così la pensavo (la penso) io.
Un nuovo inizio
C’è un proverbio che dice più o meno così: “Chiusa una porta, si apre un portone”. In effetti l’ingresso che attraverserò da domani (quasi) tutti i giorni per i prossimi cinque mesi è più grande della porta che mi sono chiuso dietro le spalle lo scorso 7 luglio. Ma solo il tempo dirà se c’azzecca…
Intanto l’entusiasmo per questa nuova avventura, la prima fuori dai confini della terra natia, è alto. I nuovi colleghi mi hanno fatto un’ottima impressione: la redazione è giovane e ben assortita. Con diversi punti in comune con quella lasciata qualche mese fa e, soprattutto, con l’Informazione quando è nata. Ma fare altri paragoni non è giusto: il passato non si dimentica, d’ora in avanti però si guarda solo al futuro.
A parte l’esperienza porterò con me a Piacenza il ricordo di un amico che mi ha accompagnato nelle varie redazioni e nella vita di tutti i giorni da quando alla fine degli anni Novanta le nostre strade si sono incrociate per la prima volta. Sono sicuro che è contento anche lui per questo mio nuovo inizio e che non perderà l’occasione di dare un’occhiata ai miei articoli da lassù.
Collecchio, un semaforo (quasi) inutile
La mania di costruire rotonde (molto sono utili, altre quasi più pericolose degli incroci) non è ancora passata di moda ma qualche amministrazione comunale virtuosa che s’inventa soluzioni alternative c’è.
Una di queste è quella del mio paese natio, Collecchio. L’incrocio tra strada Notari, strada Roma e strada Consortile è da sempre uno dei più pericolosi del territorio comunale perché ha un angolo cieco, coperto da un grosso edificio nonostante siamo in aperta campagna. Teatro di numerossimi incidenti nonostante lo stop e lo specchio per aumentare la visibilità (negli anni Ottanta anche mio padre ne ebbe uno e solo la robustezza della sua Ford Taunus gli evitò guai grossi).
Costruire una rotatoria abbastanza grande per permettere il transito di autoarticolati non è stato possibile, complanari o altre deviazioni nemmeno. Per cui l’unica soluzione era (è) il semaforo. Ma essendo strada Notari e strada Roma una provinciale con diritto di precedenza rispetto a strada Consortile l’unico tipo di impianto possibile era (è) quello sempre lampeggiante con il rosso per la strada principale solo in determinate condizioni, ovvero quando sulla via secondaria ci sono veicoli fermi all’incrocio riconosciuti da una telecamera che fa scattare il semaforo.
Tutto perfetto. Se non fosse per un piccolo particolare. Anzi, due. Per chi proviene da Parma lungo strada Consortile la striscia di stop dov’è posta la telecamera (che rileva la presenza di autoferme) è posizionata qualche decina di metri prima dell’incrocio. Ma ho sperimentato che nessun automobilista si ferma lì. Anche perché, secondo problema, da nessuna parte è indicato cosa fare per far scattare il verde.
Sulla carta soldi spesi bene per la sicurezza ma in concreto sprecati. Si può ancora rimediare con una dimostrazione pratica e qualche servizio sui media locali. Il passaparola (tra automobilisti) di solito funziona.
Giriamo l’Italia, anche la Padania
Il Giro della Padania è terminato da alcuni giorni ma, temo, le polemiche siano destinate a proseguire ancora. Mi aspetto che qualche solerte rappresentante parlamentare presenti un’interrogazione e che qualcun altro pretenda che il Premier riferisca alle Camere. Come se i problemi del Bel Paese fossero questi.
Durante le tappe parmensi (complimenti a salsesi e nocetani) della corsa “verde” ho avuto modo di conoscere alcuni dei protagonisti del Giro. Incontri utili per confermarmi che le proteste che hanno accompagnato la gara sono state soltanto ideologiche e lontane dalla realtà del mondo del ciclismo. Utili però a farci conoscere come i “soliti” italiani in tutto il Mondo.
Del resto, apro una breve parentesi, l’estrema sinistra non è nuova a prese di posizioni nette e senza senso nei confronti della Lega Nord. Ricordo che nei quattro anni (1998-2002) in cui sono stato consigliere di circoscrizione a Parma ai compagni non andava bene nemmeno che il gruppo leghista presentasse proposte per promuovere il dialetto locale: “Iniziative chiaramente volte nella direzione della secessione”. Da ridere… per non piangere.
Ma con il Giro della Padania si è superato ogni limite. Intanto non si potrebbe dare a una corsa un nome (di una regione) che non esiste. Ma la Padania in realtà esiste, il termine è presente anche nel vocabolario Devoto-Oli dal 1971 (cfr. Wikipedia). Ma anche se non esistesse il problema dove sarebbe? In ogni angolo del Mondo (Italia compresa) si organizzano manifestazione sportive che portano il nome dello sponsor e nessuno si è mai strappato le vesti per questo. In MotoGp c’è una scuderia che corre sotto le insegne di Playboy con tanto di “conigliette” sulla linea di partenza. Eppure non mi pare di aver mai visto cristiani o rappresentanti di altre religioni buttarsi in mezzo alla pista per cercare di fermare le gare.
A proposito di sponsor e di soldi, al Giro della Padania hanno preso parte le migliori squadre professionistiche italiane e non: dalla Liquigas di Ivan Basso all’Acqua&Sapone, dall’Astana alla Lampre del traversetolese Adriano Malori, passando per la Colnago, la Wit e Nazionali come quella polacca e quella slovena. E tutti hanno fatto i complimenti all’organizzazione per la professionalità dimostrata. Una corsa con i fiocchi seguita in prima persona anche dal commissario tecnico dell’Italia, Paolo Bettini, in quanto a pochi giorni dai Mondiali e quindi molto utile per le ultime scelte prima dell’appuntamento iridato.
Tra l’altro gare come questa sono un vero e proprio toccasana per promuovere territori sempre più in difficoltà. Anche perché le amministrazioni comunali sedi di tappa (partenza o arrivo) hanno avuto l’unico onere di transennare e predisporre il palco, nessun costo. Mentre ospitare una tappa del Giro d’Italia costa diverse migliaia di euro.
Ben vengano dunque nuovi sponsor nel ciclismo (e negli altri sport) ma per favore piantiamola con le polemiche ideologiche e senza senso. Pensate che bella idea potrebbe essere organizzare il Giro delle Coop (o delle Esselunga o delle Conad) con tappe che arrivano e partono dai piazzali dei supermercati. Non sarebbero perfetti esempi di marketing territoriale? Penso di sì. Ma forse è proprio questo il punto.
L’Italia che non mi piace: piccoli Comuni, nuovi ticket e caro libri
Da quando sono a casa dal lavoro ho un po’ di tempo per dedicarmi alla lettura di diversi quotidiani ogni giorno (a parte i locali, Corsera, Repubblica, Stampa e Avvenire cui si aggiunge la domenica il Sole 24 Ore). Così penso di avere ottimi strumenti per farmi un’idea di quanto sta succedendo in Italia (ma non solo) circa la crisi economica e le varie soluzioni che vengono prospettate dal Governo. Malauguratamente non dispongo di bacchetta magica e nemmeno della ricetta per ridare credibilità al nostro Paese e alle istituzioni che lo governano, altrimenti mi candiderei subito. Battute a parte però ci sono alcuni aspetti che mi preme commentare.
Partiamo dai tagli, in particolare quelli ai piccoli Comuni. Prima che il Governo decidesse di inserire questa norma nella Finanziaria quante volte abbiamo sentito parlare di tagliare le amministrazioni inutili? Migliaia. Tutti d’accordo, destra e sinistra, centrodestra e centrosinistra, salvo poi una volta proposta la norma sono diventati tutti contrari, nessuno vuole perdere la poltrona. Sì, perché anche un piccolo Comune ha un sindaco, degli assessori, un consiglio comunale… una struttura amministrativa. Per me lo scandalo non sta nel voler tagliare un Comune che magari ha 117 abitanti (anzi, residenti) ma nel strapparsi le vesti perché questo non accada, adducendo giustificazioni legate alla perdita dell’identità e altre scemenze simili. Vi do qualche dato: la provincia di Cremona ha 363mila e rotti residenti suddivisi in 115 Comuni di cui 32 con meno di 1.000 abitanti; la provincia di Parma ha circa 442mila residenti e… 47 Comuni (2 sotto i mille). Prendiamo Trento, provincia autonoma: 529mila residenti e 217 Comuni di cui un centinaio sotto i mille abitanti. Ricordo che per far funzionare queste amministrazioni sono necessarie anche le elezioni, ovvero istituire seggi, pagare presidenti, scrutatori… Se non è uno spreco questo ditemi cos’è.
Cambiamo completamente argomento rimanendo però nell’ambito degli sprechi. Da lunedì 29 agosto sono stati introdotti i nuovi ticket per farmaci, visite, esami. L’autocertificazione del reddito la devono fare tutti i cittadini, tranne chi fa parte di un nucleo familiare con un reddito complessivo lordo superiore a 100mila euro. Insomma, io la devo fare. Mio padre che l’ha fatta per sé, mia madre e mia zia mi dà il modulo da compilare. Chiedo: “Una volta compilato che devo fare?”. “Lo porti al Cup in duplice copia e con anche copia della carta d’identità”. Aggiungo: “Bene, poi là cosa fanno? Mettono i dati dentro la mia tessera sanitaria?”. Ingenuo che sono, per un attimo mi sono dimenticato che siamo in Italia, un Stato dove fanno la carta d’identità elettronica (ma non a tutti, il mio Comune per esempio mi ha detto che non rientro nelle categoria che hanno diritto ad averla) ma poi quando fai il rinnovo ti danno una foglio A4 provvisorio che sfido io a farlo stare nel portafoglio. Ed è più o meno la stessa cosa anche per il nuovi ticket: “Al Cup – mi spiega mio padre – ti fanno un timbro”. “Finito? E poi perché devo dare copia della carta d’identità non va bene il tesserino sanitario?”. “Troppo facile – risponde papà – Una copia dell’autocertificazione poi dovrebbero andare al medico di base”. Insomma, non è ben chiaro dove vado tenuto il foglio (A4, ovviamente) e a chi debba essere consegnato. Anziché avere una card unica per il documento d’identità e una per i dati sanitari andiamo avanti con fogli, i timbri… all’età della pietra siamo, altroché!
Infine un’annotazione su una norma che non è nella Finanziaria ma che è fatta per spillare (a me) altri soldi. Il 1° settembre entra in vigore la legge che fissa al 15% lo sconto massimo che può essere applicato ai libri. Ci sono i favorevoli (cfr Avvenire del 30 agosto) e i contrari (cfr il Post), il dibattito è aperto da diversi mesi in rete, sui giornali, nei caffè. Personalmente da accanito lettore di libri e bastian contrario di professione sono molto deluso da questa norma. Se non altro perché va nella direzione contraria a quella che ti aspetteresti da uno stato liberale. E’ una imposizione che, come al solito, tutela certamente una categoria (editori), forse due (librai). Tra i vari commenti che ho letto però non mi pare che nessuno abbia valutato che questa norma penalizza ancora una volta i Comuni che hanno biblioteche pubbliche e che dal 1° settembre faranno ulteriormente fatica ad ampliare l’offerta di volumi. Già ora alcuni amici bibliotecari mi dicono che con 4/5mila euro all’anno per l’acquisto di libri (parlo di Comuni di circa 15mila abitanti) si riesce sì e no a star dietro alle novità di narrativa del mercato. Impensabile acquistare enciclopedie, monografie, volumi d’arte e altro. E dal 1° settembre? Difficilmente un sindaco aumenterà (ancora) la tassa sui rifiuti per non tagliare l’acquisto di un libro.
Quando il suicidio (non) è una notizia
“Dramma in via Cavour: donna di 48 anni si getta dalla finestra”. Così titola oggi la Gazzetta di Parma in prima pagina, non a sette colonne di apertura ma in alto, nel cosiddetto soppalco, in una zona della pagina comunque molto visibile. E nel caso qualcuno non avesse capito bene di cosa stiamo parlando c’è l’occhiello a toglierci ogni dubbio: “Suicidio sotto gli occhi di molti passanti”. Non vi basta ancora? Accanto al titolo una “bella” foto con il corpo della donna coperto da un lenzuolo bianco.
Sinceramente prendere in mano la Gazzetta stamani è stato un pugno nello stomaco come ieri vedere la notizia riportata con molta evidenza su alcuni siti internet.
Non mi permetto di dare lezioni di giornalismo a nessuno però una breve riflessione mi sia permessa. Una delle prime cose che ti insegnano quando inizi a fare questo mestiere è che un fatto per diventare notizia deve avere un interesse, diciamo così, pubblico. E la seconda cosa che ti dicono i colleghi più esperti quando metti piede in una qualsivoglia redazione è che quando c’è un suicidio la notizia c’è se il personaggio è pubblico (vedi il caso dell’ex vicepresidente del San Raffaele, Mario Cal), se il fatto in sé ha prodotto conseguenze a catena (esempio classico è chi per uccidersi fa saltare in aria un intero palazzo) oppure quando il riportare la notizia con i dovuti approfondimenti può aiutare altri a non compiere l’insano gesto (un giovane che si uccide per un brutto voto a scuola). O ancora quando ci sono dei dubbi che possa trattarsi di suicidio, cosa peraltro di cui molti giornali abusano proprio per giustificare l’enfasi data alla notizia di un suicidio. Ma in tutti questi casi è sempre bene non perdere mai di vista l’etica professionale.
Quanto successo ieri in via Cavour, invece, già dalle prime informazioni trapelate non lasciava grandi spazi a dubbi di sorta sulla fine tragica di una donna di 48 anni.
Stava, 26 anni dopo è il tempo del perdono
È lutto cittadino a Tesero (Trento). Lo è tutti i 19 luglio dal 1985 quando, ventidue minuti e qualche secondo dopo mezzogiorno, si consumò la tragedia di Stava: 268 persone morirono per il crollo di una diga. Lungo il suo percorso la colata di fango distrusse anche 3 alberghi, 53 case d’abitazione e 6 capannoni; 8 ponti furono demoliti e 9 edifici gravemente danneggiati. Uno strato di fango tra 20 e 40 centimetri ricopriva un’area di 435.000 metri quadri circa per una lunghezza di 4,2 chilometri. Freddi numeri che riporta il sito www.stava1985.it ma che rendono bene l’idea di una catastrofe.
Ventisei anni dopo, oggi, una messa è stata celebrata nella chiesa parrocchiale di Tesero e una processione al termine della cerimonia religiosa ha portato una folla di qualche centinaia di persone (autorità locali e in rappresentanza dei territori delle vittime, parenti, amici, conoscenti) in silenzio per le vie strette del comune capoluogo fino al cimitero della chiesa di San Leonardo dove c’è un monumento che ricorda la tragedia e dove sono seppellite alcune delle vittime.
Don Bruno, parroco di Tesero, per la prima volta, come da lui stesso ricordato, ha parlato di perdono. Un sentimento che ha a che fare con l’amore, quello profondo e disinteressato, l’agape. Perdonare non significa – ha spiegato il sacerdote – diventare amici. E al perdono non ci si arriva facilmente ma al termine di un percorso lungo e difficile, ricco di ostacoli e difficoltà. Durante la messa è stata anche recitata una preghiera rivolta al beato Giovanni Paolo II che visitò i luoghi della catastrofe il 17 luglio 1988.
Tra le 268 vittime anche Giuseppe Cervi, 44 anni da compierie da lì a un mese, e il figlio Davide, 14 anni, parmigiani di Collecchio. Non li conoscevo ma poco importa. Due o tre anni fa però mi trovavo come quest’anno (e come molti altri anni) nel giorno dell’anniversario in val di Fiemme ragion per cui ho proposto in redazione di fare un pezzo per non dimenticare. E in un caso come questo non potevo che trovare piena sintomia con Francesco.
Così stamani ho pregato per 268 vittime e un amico.
La fine di una (bella) esperienza
Qualche mese fa scrivendo su queste colonne un post che parlava del cambio di sede per l’Informazione di Parma (clicca qui per leggerlo) usai la frase “fine di un’era” creando non poca apprensione in alcuni amici e colleghi che lessero le mie parole come l’annuncio della chiusura del giornale (che invece vive ancora anche se con un altro nome, Parma Qui).
Oggi quell’espressione invece ha un significato ben diverso perché ieri è finita una fase importante della mia vita, la più lunga vissuta nello stesso posto (se si esclude l’università in cui mi sono “trascinato” per quasi un decennio…): ho lasciato la redazione di Parma Qui (ex Informazione di Parma). Ma la mia esperienza in quel quotidiano a voler essere sinceri si era conclusa già alcuni mesi fa, esattamente la mattina del 19 febbraio scorso quando al risveglio sono stato investito e travolto da una di quelle notizie che non ti aspetteresti mai di ricevere prima della soglia degli “anta”. Accasciato per terra, con il cellulare all’orecchio, incredulo, ho scoperto che un amico caro e un collega importante per la mia crescita professionale se n’era andato senza darmi il tempo di salutarlo. Lì, accanto ai tanti ricordi di un decennio passato a sognare di fare il giornalista, mi sono lasciato andare a un pianto a dirotto. E di fatto si è chiusa la più bella esperienza lavorativa che finora abbia mai avuto, qualcosa che non tornerà ma che rimarrà indelebile nel mio cuore.
Non me ne vogliano i colleghi rimasti a lavorare a Parma Qui e in particolare Cinzio, Paco e Valentina che sono nel gruppo fotografato (in calce a questo post) a giugno 2005 sulle scale della storica sede dell’Informazione di Parma (con l’elle apostrofo prima) di strada dei Mercati 16 barra A ma quello di oggi è un altro giornale (non solo nel nome): non ha più nulla a che fare con quello che iniziò a vedere la luce alcuni nei primi mesi del 2005. Auguro loro di poter andare avanti ancora tanti anni perché Parma ha bisogno di una informazione serie e plurale ma la scomparsa di Francesco ha davvero chiusa un’era. E si è portata via anche un pezzo della mia vita professionale e non.
Non mi piace fare bilanci mi limito pertanto a dire che non rinnego nulla di quanto fatto in questi 6 anni, 3 mesi e qualche giorno. Di errori ne ho commessi ma mi sono serviti per imparare e per crescere. Così come ho imparato tanto da ognuno dei colleghi con cui ho avuto la fortuna di lavorare. E spero di aver lasciato qualcosa a chi ha lavorato con me non solo in professionalità ma anche in umanità. Mi mancheranno le chiusure, lo spaginare, il titolare… il sapere un giorno prima cosa c’è scritto sul giornale che si compra la mattina in edicola! Mi mancherà la vita di redazione, il telefono che squilla, il sistema editoriale che si pianta, la stampante inceppata… I colleghi mi mancheranno anche se per fortuna i mezzi per rimanere in contatto (se lo si vuole) sono tanti.
Tra i messaggi di saluto ricevuti nelle ultime ore, uno riporta un ad meliora che è senz’altro di buon auspicio ma che per il momento significa soltanto tanto riposo…
Pinocchio “parmigiano” in mostra a Bellaria tutta l’estate
Segnalo la mia intervista a Fabrizio Lorenzoni, collezionista di Pinocchio, per presentare la mostra allestita nel quartiere Cagnona di Bellaria (Rimini) fino al 12 settembre.
